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Il 12 settembre potrebbe essere stata una data cruciale, forse spartiacque, nella storia di Internet, almeno a livello europeo. In futuro il modo in cui cerchiamo, leggiamo e condividiamo informazioni potrebbe non essere più lo stesso. Ma in concreto, cosa è successo?

Cosa si è votato?

Il 12 settembre scorso il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria, ha votato e approvato la proposta di riforma del diritto d’autore, con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astenuti. Questo significa che ora il Parlamento può dare mandato negoziale per le trattative con i diversi Ministri dell’Unione Europea, allo scopo di arrivare ad approvare il testo definitivo della legge. Insomma, la Direttiva è stata approvata e ora bisogna trovare l’accordo con tutti gli Stati UE.

Lo si può facilmente intuire dal dibattito, anche politico, che la proposta ha scatenato: non saranno trattative facili. La strada è in salita, ma il primo passo è stato fatto. Il principio della riforma, per i promotori, è quello secondo il quale i giganti del Web (Google e Facebook in primis) dovrebbero condividere i loro ricavi con artisti e giornalisti, garantendo un’adeguata retribuzione nel rispetto del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Chi contesta la riforma parla invece di una legislazione che punta al controllo degli utenti e alla limitazione della libertà di condivisione ed espressione.

 

Ma di cosa parla la Direttiva?

Il testo della Direttiva, sfrondato di premesse e considerazioni generali, consta di 10 pagine e 24 articoli. Quelli che hanno scatenato il dibattito (per cui il 5 luglio la prima seduta respinse il testo per essere emendato) sono soprattutto gli articoli 11 e 13. Ecco i punti principali della proposta.

  • Articolo 3: specifica le eccezioni per cui solo enti senza scopo di lucro possono continuare a eseguire attività di Data Mining (Estrazione di testo e dati, nella proposta) per scopi scientifici o didattici. Imprese e attività commerciali non potranno però farlo;
  • Articolo 11: riguarda quella che è stata impropriamente ribattezzata Link Tax. Questa tecnicamente non è una tassa, quanto piuttosto una forma di compenso. Allo stesso modo non riguarda i link, ma gli snippet e le preview di articoli giornalistici online (piccole anticipazioni di un articolo, composte da immagini, titolo e alcune righe di contenuto). In sostanza, piattaforme che consentono la pubblicazione digitale di articoli giornalistici (Social Media, ma anche portali di news aggregation come Google News) dovranno garantire un adeguato compenso ai giornalisti che hanno scritto quegli articoli. Non si specifica cosa si intenda o come debba essere calcolata questa remunerazione, ma il successivo articolo 12 chiarisce che le piattaforme potranno prendere accordi anche con i singoli editori, purché questi poi provvedano a versare i diritti ai vari giornalisti. Questo provvedimento non riguarda articoli condivisi tramite hyperlink o link di singole parole, ma solo forme che anticipano il contenuto;
  • Articolo 13: si riferisce all’altrettanto famigerato Upload Filter. Chi carica contenuti su piattaforme che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere (e qui entra in gioco YouTube, ma non solo) deve fornire strumenti e software adeguati per bloccare contenuti che violino il diritto d’autore. In sostanza, se qualcuno pubblica un contenuto creativo su una piattaforma digitale, questa deve essere in grado di bloccarlo se è stato copiato senza alcun consenso da parte di chi detiene i diritti. Youtube già possiede un avanzato programma di Content ID, che però è costato molto in termini di sviluppo e implementazione; quindi ben poche piattaforme si potrebbero permettere qualcosa di simile. L’articolo poi presenta una lacuna in quanto non cita le Creative Commons;
  • Altre restrizioni sono state inserite per tutelare piattaforme che non hanno fini commerciali e non violano effettivamente il copyright, come enciclopedie online (ad esempio Wikipedia), piattaforme per la condivisione di software open source (come GitHub), blog, forum e vignette satiriche (i celeberrimi meme).

 

Quali saranno le conseguenze?

Difficile dirlo. Approvata la Direttiva si entra in una fase negoziale dove, in teoria, articoli e questioni possono essere rivisti durante i colloqui con i singoli Stati. Certo, una forte impronta è ormai stata data. Uno dei problemi delle trattative è che questo non solo è un argomento delicato, ma “trans-ideologico”: trova opinioni favorevoli e contrarie un po’ in tutti gli schieramenti politici. Sia però chiara una cosa: non si è discusso sul fatto che sia giusto o meno ricompensare il lavoro creativo grazie al diritto d’autore. Su questo tutti i parlamentari sono d’accordo. Il problema riguarda le modalità. Alcuni dei principali problemi legati a questi articoli potrebbero essere:

  • La cosiddetta Link Tax riuscirà a essere applicata? Sembra molto difficile. Il principale bersaglio della Direttiva è Google News (e altre piattaforme simili di news aggregation, che però hanno dimensioni infinitesimali). In questo campo c’è già un precedente. Nel 2014 la Spagna ha approvato una legge simile che anticipava questa proposta. Il risultato? Google News España ha chiuso i battenti: Eric Schmidt, all’epoca numero uno di Google News, sosteneva che, dal momento che la piattaforma non beneficia di introiti pubblicitari, non poteva permettersi di pagare i diritti per gli articoli o di stipulare accordi con gli editori. In Germania andò in scena lo stesso dibattito, ma la legge non passò perché gli editori temevano un crollo delle visite ai loro siti web. Che è quello che è successo in Spagna. Per Google, infatti, i servizi editoriali traggono vantaggi e guadagni sufficienti dall’aumento del traffico che si genera verso i loro siti. Ma il punto che l’UE ha voluto sottolineare, in teoria, è un altro e riguarda la proprietà intellettuale sui contenuti creativi;
  • Quindi Google News chiuderà in tutta Europa? Non lo sappiamo. Certo è che l’azienda di Mountain View non ci perderebbe molto (è un business marginale, utile più che altro per la raccolta di Big Data), mentre gli editori, oltre all’adeguata remunerazione, perderebbero moltissimo in termini di traffico sui loro siti (e quindi guadagni diretti e indiretti). Difficile pensare che gli editori possano effettivamente ottenere qualcosa, se non danni, da Google che, al contrario, ha tutti gli interessi affinché non si instauri un precedente in vista di dibattiti futuri;
  • E gli utenti? Per loro, meno news aggregators significa avere meno risorse a disposizione per trovare le notizie. In loro assenza, bisognerebbe visitare i siti di ogni singola testata, ma gli utenti del Web non sono più abituati a farlo, e le modalità di fruizione dell’Internet moderno non sopportano tempi così lunghi. Potrebbero inoltre essere danneggiate le piccole testate giornalistiche e quelle solo digitali (che rischiano di trovarsi la vetrina chiusa). L’articolo 11 parla di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale; questo vuol dire che, in teoria, piccole e micro-piattaforme di questo genere dovrebbero essere salvaguardate;
  • L’annoso problema delle fake news migliorerà? Per i sostenitori, la proposta dovrebbe garantire informazioni più controllate e di qualità, contenuti realmente creativi e non plagiati. Per i contrari, invece, potrebbe portare a una ulteriore proliferazione di bufale online. Perché i servizi editoriali richiederanno un compenso per gli articoli dei propri giornalisti (che le piattaforme non vorranno pagare), mentre chi diffonde fake news no; la loro retribuzione sta nella diffusione stessa della notizia inventata;
  • L’ Upload Filter è effettivamente praticabile? Il Content ID di Youtube funziona relativamente bene, anche se non ha una precisione perfetta. E nel suo sviluppo furono spesi circa 30 milioni di dollari nel 2006. È difficile pensare che tutte le piattaforme digitali possano dotarsi di sistemi del genere ma, ancora prima, è difficile pensare di riuscire a controllare tutti i contenuti caricati nell’UE. Stiamo parlando di circa 340 milioni di cittadini che usano la rete. Poi c’è il contrasto ideologico: i sostenitori dicono che serve a difendere il copyright e la proprietà intellettuale, i detrattori che raggiungeremo livelli di censura da Grande Fratello.

E Facebook?

Facebook in effetti non fa news aggregation, per cui si trova in una zona grigia tra le piattaforme. Sul newsfeed sono i servizi editoriali (giornali e simili) a condividere spontaneamente alcuni loro articoli. Alcune domande non hanno ancora trovato risposta nella Direttiva:

  • Quando un utente condivide questi articoli, conta come snippet?
  • Per il semplice link non c’è problema, ma se si vede o legge parte del contenuto? È una visualizzazione del link o è un’anticipazione, quindi una pubblicazione autonoma di Facebook?

 

Prossimi passi

Il mandato negoziale prevede ora colloqui con i singoli ministri dell’Unione Europea per arrivare, in teoria, a un’approvazione definitiva della legge nel gennaio 2019.

Se gli editori (e gli operatori culturali in genere) vedono questa proposta come il modo per riuscire ad arginare la crisi causata dallo stesso avvento di Internet, o se questa è in effetti solo un modo per ottenere un buon rispetto del diritto d’autore, non lo sappiamo.

La controversia sul copyright in epoca digitale va avanti dalla nascita di Internet e non sembra ancora destinata a essere risolta. Di certo il diritto d’autore nell’ambito della cultura liquida è questione intricata e richiede una legge complessa e articolata, che non lasci troppe zone grigie.