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Dopo 7 tormentati anni, chiude Google+

Tempo di lettura ≈ 6 min.

 

Google Plus, il social network di Mountain View, sta per uscire di scena. La chiusura definitiva, al momento, è datata agosto 2019. L’annuncio è stato da Ben Smith (vice president della sezione Engineering) l’8 ottobre scorso con un post sul blog di Google. La versione pubblica (consumer) verrà chiusa, mentre quella aziendale rimarrà attiva. Ma cosa c’è dietro il sunsetting, come l’ha definito Smith, ovvero il tramonto di G+?

Breve storia triste

Proviamo a ripercorrere le tappe della (breve) vita del social network della grande G.

Google + nasce nel 2011 sulle ceneri di Google Buzz, una sorta di servizio di social networking e microblogging pensato per implementare le funzioni di Gmail. Buzz provava a coniugare il sempre più crescente successo di Facebook con le caratteristiche che avevano portato in alto MySpace (all’epoca sul viale del suo tramonto).

Chiuso l’esperimento di Buzz dopo meno di due anni, Google lanciò Plus, con l’obiettivo dichiarato di dare battaglia a Facebook e al mondo dei social network, ormai in costante ascesa e terreno di caccia pubblicitaria dalle immense prospettive. G+, quindi, puntava ad accogliere il meglio che i social potevano offrire, in un’unica piattaforma:

  • La capacità di condivisione e di aggregazione di Facebook;
  • Il live messaging e l’incisività di Twitter;
  • I contenuti di Youtube, Picasa, Flickr e molti altri;
  • L’interazione professionale e aziendale di LinkedIn.

Ci fu ovviamente una crescita esponenziale degli utenti, grazie ad alcuni accorgimenti adottati da Google per raggiungere questo scopo: bastava infatti avere un account Gmail per essere iscritti automaticamente al social. Ecco perché solo nel primo mese G+ raggiunse i 25 milioni di utenti. E ancora nel 2016 ne contava oltre 3 miliardi, cioè un miliardo più di Facebook!

Updates, questi sconosciuti

L’azienda di Mountain View provò a implementare il suo social network con alcune funzioni, che si rivelarono però inefficaci nel mondo sempre più affollato dei social (nel frattempo nascevano e si affermavano Instagram e Snapchat). Nel 2015 rilasciò le collections (o raccolte) per focalizzarsi maggiormente sulla condivisione di interessi all’interno delle varie communities: era un modo per organizzare contenuti diversi e condividerli con chi fosse interessato. Un’altra funzione che non ebbe successo, perché giudicata troppo confusa e complicata.

Sta di fatto che non seguì quasi più niente, fino a oggi. Google+ consumer, a posteriori, è un social nato male e proseguito peggio. Forse si è confidato troppo nella sola forza dei numeri senza proporre veri e propri contenuti innovativi. Una scatola vuota in mano a miliardi di persone, che ci hanno guardato dentro, hanno visto il nulla e l’hanno buttata dopo pochi istanti. Lo stesso Ben Smith afferma che il 90% degli utenti esce da G+ dopo 5 secondi o meno. Un tasso di engagement minimo.

E il business?

Google+ influenzava anche i risultati di ricerca, almeno originariamente: sulla base dei clic e delle interazioni di amici e collegamenti, infatti, mostrava determinati risultati, anche geolocalizzati.

E per quanto riguarda la versione aziendale? In questo senso, sembra essere un social più funzionale e utile per condividere obiettivi e informazioni (anche perché alle spalle c’è sempre Google MyBusiness). Secondo Ben Smith, infatti «la nostra ristrutturazione ha mostrato che Google+ funziona meglio come prodotto per le imprese, dove i colleghi possono intraprendere discussioni interne su un social network aziendale sicuro.» Ma alla luce di ciò che è successo, le falle nella sicurezza intaccheranno la fiducia delle aziende in Google Plus?

 

Excusatio non petita

E ora veniamo al motivo che, almeno ufficialmente, ha spinto Google a chiudere il suo social network. Per 7 anni, infatti, G+ non è decollato, ma la casa di Mountain View ha continuato a usarlo, implementarlo (saltuariamente) e modificarlo. L’engagement è sempre stato molto basso e il successo scarso, quindi come mai si è deciso di chiuderlo proprio adesso?

La motivazione ufficiale sarebbe un bug, una falla nella sicurezza che poteva esporre i dati di centinaia di migliaia di utenti (si parla di oltre 500 mila) all’utilizzo indebito da parte di hacker o altri “utenti interessati”. Secondo il Wall Street Journal questa falla era nota da mesi (almeno da marzo), anche se sarebbe esistita da anni, per essere poi rivelata solo lo scorso ottobre.

Marzo 2018, infatti, era il periodo dello scandalo Cambridge Analytica che ha coinvolto Facebook e ha portato Zuckerberg a riferire davanti al Congresso degli Stati Uniti. Esisteva quindi il rischio concreto che anche il numero uno di Google dovesse fare lo stesso, con conseguente danno d’immagine ed economico. Non stiamo parlando di un problema di sicurezza al livello di Facebook (che coinvolgeva 87 milioni di utenti). Tuttavia, in un periodo di particolare attenzione verso la sicurezza dei dati sui social, poteva provocare danni non marginali.

Secondo Google, questo bug riguardava il set di istruzioni dedicato agli sviluppatori di terze parti. Una falla che dava agli sviluppatori di app esterne accesso a vari dati personali di circa 500 mila profili privati. Il bug, nato almeno nel 2015, è stato corretto a marzo 2018 e secondo Google non era noto a nessuno degli sviluppatori che avrebbero potuto trarre vantaggi da questi dati.

 

+ problemi che contenuti?

Google+, come detto, non è mai decollato veramente. Nonostante abbia raggiunto la platea più vasta possibile, è stato usato pochissimo da un numero molto ridotto di utenti. E le cause non sono poche, né si fermano ai problemi nella sicurezza. Anzi, probabilmente il bug ha dato a Mountain View la spinta decisiva (per non definirla scusa) per chiudere l’esperimento social. G+ era moribondo da tempo; perché?

  • Engagement: il tasso di engagement è sempre stato molto basso, e questo è il sintomo più evidente dei problemi di cui soffriva Google Plus. Gli utenti non l’hanno mai trovato coinvolgente, né utile; per molti, anzi, era difficile da usare e poco immediato rispetto a Facebook, Twitter o Instagram;
  • Uno per tutti: come detto, G+ ha provato a riunire diverse caratteristiche di social network differenti. Può sembrare un’idea vincente, ma questo tipo di strategia confonde l’utente e rischia di fare un po’ di tutto ma niente di buono. Il social è sempre stato poco appariscente, e per l’utente non era ben chiaro cosa si potesse fare ancor prima di accedere. Un collage di funzioni, difficili da sfruttare e con uno scopo poco chiaro. Senza obiettivi e senza contenuti fruibili, non c’è engagement. Sul web, spesso, il troppo stroppia, anche se ti chiami Google;
  • La grafica era a sua volta confusionaria: non era la piattaforma a venire incontro all’utente, ma l’utente a doversi avventurare al suo interno;
  • Piattaforma unica: è l’idea di avere il massimo dei contenuti e dei servizi su una sola piattaforma per trattenere l’utente il più possibile. Ci sta provando anche Facebook perché è utile e proficuo soprattutto per fini pubblicitari, ma nella realtà avviene raramente. L’utente alla fine si rivolge al social specifico, per abitudine e perché è studiato apposta per una determinata funzione. È lo stesso motivo per cui è molto difficile che Facebook Watch sconfigga YouTube;
  • B2C: Google Plus può essere utile in funzione B2B, ma sicuramente non lo è altrettanto se diretto verso i consumatori. Le aziende non possono infatti sfruttare G+ (e non l’hanno fatto) per entrare in contatto con gli utenti come fanno su Instagram o Facebook, perché non c’è engagement e perché non offre strumenti unici e dedicati. Google+ non ha mai aiutato la brand awareness.

 

È stato un fallimento totale?

Dipende naturalmente dal punto di vista. L’obiettivo iniziale era competere con Facebook, ed è stato clamorosamente mancato. Ma a Mountain View probabilmente avevano altri scopi e altre necessità:

  • Occupare un settore di mercato e comunicazione (i social) che un colosso come Google non poteva trascurare;
  • Sperimentare e ricavare dati da questo test (ben sapendo che il core business di Google è altro);
  • Mettere in conto la possibilità di sbagliare per migliorare successivamente (da Buzz a G+ al prossimo social).

 

Questa è Google. E questa è la loro strategia. Un colosso mondiale con un approccio da start-up: cicli di prodotto a rilasci frequenti, modifiche, errori e riavvii del ciclo. Sbagliando s’impara, e si portano a casa tanti dati interessanti per fare meglio la prossima volta.

 

Non ne sentiremo + parlare?

Forse Google ha colto al volo l’occasione per smantellare, con un motivo apparentemente plausibile, un esperimento mai decollato, se non miseramente fallito. Ma è una politica che ha perseguito in vari campi, cercando nuovi strumenti e innovazioni che non sempre si rivelano efficaci ma che permettono di acquisire dati ed esperienza. Secondo questa esperienza, già verificata in passato, è facile immaginare che ci sia ancora qualcosa dietro l’angolo.

È più che probabile che l’avventura di Google sui social non finirà così.