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Realtà virtuale: Google lancerà un format per gli adv

Postato il 25 settembre 2017

Con la realtà virtuale di Google le esperienze sono alla portata di tutti in un modo semplice ed economico. La realtà virtuale è una simulazione realistica di una realtà che non esiste.  In pratica, la mente sa che è tutto finto, ma forse solo all’inizio: poi il divertimento prende il sopravvento. Interessante sottolineare che Google ha annunciato di voler inserire nella realtà virtuale spazi pubblicitari per la promozione aziendale, segnale che evidentemente questo fenomeno sta interessando sempre più persone e fette di mercato.

Il nuovo formato pubblicitario è ancora in fase di sperimentazione ed evoluzione, ma anche se i tempi di arrivo sul mercato non sono ancora noti la certezza è che si farà. Ad annunciare ufficialmente l’arrivo della pubblicità all’interno della realtà virtuale sono stati proprio i vertici di Google su blog. L’idea è di far apparire l’inserzione come una sorta di cubo capace di reagire in modo immediato e diretto all’interazione con l’utente.

Sarà un format Adv per dispositivi mobile e nasce allo scopo di trarre ricavi dalle applicazioni VR per finanziarne la creazione e l’ulteriore sviluppo. Presto potrete dunque portare i vostri video promozionali (che si potranno però saltare) all’interno di questa nuova dimensione dal grande potenziale di engagement.

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Cosa serve per un’efficace strategia di Social Media Marketing?

Postato il 1 settembre 2017

Quali sono i segreti delle aziende che “funzionano” sui Social? Il successo di una strategia sui Social Media non è mai casuale, ma sempre frutto di un’attenta analisi del contesto di riferimento e di una corretta pianificazione delle azioni da intraprendere.

È infatti necessario individuare il target di riferimento, definire degli obiettivi specifici e raggiungibili e verificare costantemente i risultati raggiunti al fine di migliorare la performance.

Quali suggerimenti è possibile imparare dalle campagne di successo se abbiamo un’azienda e vogliamo costruire una solida strategia sui Social Media

Innanzitutto un punto fondamentale: la scelta dei canali giusti. La definizione di target e obiettivi in funzione del contesto aziendale è fondamentale per il successo di una strategia sui Social Media. Partendo da questo presupposto è necessario capire quali canali utilizzare e come utilizzarli al meglio. Essere presenti su tutti i social network, scelta proposta da molte aziende perché considerata vincente, non è solo inutile ma anche controproducente.

Social Media utilizzati devono essere costantemente “studiati” per poterne sfruttare le nuove funzionalità. Dopo aver scelto i canali più adatti al nostro business si dovrà redigere un piano editoriale in modo tale da dare continuità alla nostra presenza sui Social.

Come in tutti i settori, anche sui Social Media studiare le aziende che hanno successo si rivela sempre molto utile per avere più elementi sui quali orientare le proprie scelte strategiche. Quindi, perché non farlo?

Importante è comprendere inoltre il valore della velocità: i Social Network hanno cambiato le modalità d’interazione tra utente e azienda e la parola d’ordine non è solo qualità ma anche, necessariamente velocità. I canali dovrebbero essere presidiati il più possibile e il tempo di risposta ai quesiti andrebbe ridotto, senza sottrarsi mai a domande scomode né, tanto meno, eliminare post contenenti critiche. Rispondere in modo costruttivo e aperto restituirà agli utenti un’immagine onesta e trasparente, rivelandosi vincente.

Tali caratteristiche però non devono mai andare a discapito della qualità dei contenuti che rappresentano la benzina di tutte le attività di marketing. È dunque opportuno prestare la massima attenzione a ciò che si scrive e puntare a contenuti originali ed interessanti per il proprio target, inseriti all’interno di una solida content strategy e un calendario editoriale.

Infine, la fase, indispensabile, di analisi dei risultati. Una campagna vincente sui Social dipende necessariamente dal monitoraggio di ogni singola attività, fase che è resa possibile da molto strumenti di analisi e che dà i migliori risultati, in termini di proposte e miglioramenti, se affidata a professionisti del settore.

Attenzione, conoscenza degli strumenti, velocità e qualità, analisi: pronti per avere successo sui Social??

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E-commerce, cosa c’è da sapere per vendere in Cina

Postato il 21 agosto 2017

Un miliardo e 357 milioni di potenziali clienti, un mercato in rapidissima espansione in un contesto socio-politico che sta vivendo l’euforia di un boom economico senza precedenti, 270 miliardi di euro di fatturato nei primi sei mesi del 2015 (con una crescita del 42,8% sullo stesso periodo dell’anno precedente): è l’e-commerce in Cina, nuova frontiera di espansione per i prodotti occidentali in un Paese che ha fame dell’alta qualità e della sicurezza offerti dal “made in”.

Se le possibilità, sbarcando in Cina con un negozio virtuale, sembrano essere illimitate, bisogna però anche fare i conti con una realtà profondamente diversa. A partire da quella demografica. Secondo uno studio sull’e-commerce realizzato da Ecommerce Europe infatti, al momento solo il 51% della popolazione ha accesso a Internet, con una preponderanza di uomini e una predominanza della fascia d’età 20-29 anni, anche se significativo è l’incremento di accessi da parte degli over 60. Per quanto riguarda la richiesta di prodotti, invece, secondo il report a fare la parte del leone sono articoli casalinghi e per il giardinaggio, mentre l’abbigliamento si piazza in seconda posizione (con un incremento del 24,3% nel 2016 rispetto al 2015) e le calzature (con un fatturato di circa 51 milioni di dollari) al terzo. Seguono i settori hi-tech, telefonia e intrattenimento. Nei servizi, invece, a ottenere online il maggiore successo sono la prenotazione di viaggi (74%), il trasporto merci e le assicurazioni. In ambito e-commerce i consumatori cinesi danno moltissima importanza all’autenticità del prodotto, che consente la fidelizzazione del cliente grazie alla garanzia offerta dal brand: è quindi indispensabile indicare chiaramente la dicitura “made in” accanto ai prodotti venduti, pena l’insorgenza nell’acquirente del dubbio sull’autenticità dell’articolo.

Inoltre, mentre gli operatori europei prediligono il contatto più tradizionale con i clienti (ad esempio via mail), in Cina si preferisce puntare sul mobile (con numero telefonico e instant messaging). I clienti cinesi si aspettano poi di ricevere assistenza via chat durante il processo di acquisto, e di trovare online le recensioni dei prodotti. Oltre, naturalmente, a richiedere di poter scegliere tra diversi metodi di pagamento, da Alipay a WeChat Pay, passando per il contrassegno e i pagamenti rateali. E se in Occidente è essenziale che venga offerta l’opzione “regalo”, in Cina su Alipay e WeChat la dicitura si trasforma in “pagato da altri”: una differenza che, sebbene possa sembrare minima, a livello culturale può essere enorme. E proprio la differenza culturale richiede anche uno sforzo di personalizzazione dell’e-commerce per la clientela cinese: se ad esempio due tra i più noti brand di lusso come Armani e Tod’s hanno adottato lo stesso look & feel digitale per il sito americano e quello cinese, prediligendo la coerenza d’immagine, “Burberry – spiega Massimo Fubini, CEO di Contactlab  –  ha fatto un ulteriore sforzo per personalizzare il contenuto del sito per i consumatori cinesi. Ad esempio, recentemente è stata scelta come testimonial la pop star Kris Wu e il risultato è stato un incremento delle vendite tra i consumatori locali”.

Dunque è essenziale anche una selezione dei metodi di comunicazione e la localizzazione dei contenuti, per adattarli con efficacia a un mercato così diverso come quello cinese.

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Video e Social: un amore in continua evoluzione

Postato il 4 agosto 2017

L’attenzione dei Social per il mondo dei video è sempre più grande e in continua evoluzione. Per trattenere utenti, ma anche per spingere le revenue generate da advertising. Facebook e Twitter fanno sul serio. In linea con la nuova tendenza annunciata da Mark Zuckerberg di voler trasformare l’azienda in media company, il sito sta esplorando la possibilità di investire su una vasta gamma di formati, accordandosi con media company, ma anche singoli utenti.

Dopo aver introdotto i video in diretta, ecco un altro passo avanti. Questa volta si parla addirittura della possibilità di uno sbarco nella produzione di contenuti. Anche se con molti distinguo. Del resto l’azienda finora non intende fornire dettagli. Secondo quanto riportato da alcune testate Usa Ricky Van Veen, Head of global creative strategy, sta portando avanti una serie di trattative – sia con società di media sia con singoli soggetti – per garantirsi la possibilità di utilizzare “show”: sia già vincolati da licenze, sia ancora in forma di soggetti. L’obiettivo è la sperimentazione di nuovi formati, più che la produzione in grande stile alla Netflix. “Il nostro obiettivo – ha detto Van Veen – è lanciare un ecosistema di contenuti partner: a questo scopo stiamo esplorando le modalità di finanziamento di alcuni tipi di contenuto, sia con che senza licenza, in grado di sfruttare le opportunità offerte dal mobile e l’interazione sociale propria di Facebook”.

Anche Twitter si dà da fare su questo fronte. La piattaforma di microblogging offre ora anche filmati in diretta a 360 gradi per guardare da smartphone e tablet contenuti con cui è possibile interagire. Un modo per coinvolgere di più i suoi utenti e soprattutto per cercare di non perdere colpi sul fronte caldo dei video online rispetto a una concorrenza molto agguerrita che va da YouTube a Instagram. Tutti gli utenti di Twitter e Periscope potranno visualizzare le dirette video nel nuovo formato, ma al momento soltanto partner selezionati potranno lanciarle. I live a 360 gradi saranno riconoscibili con un apposito “bollino” e gli utenti non dovranno far altro che muovere lo smartphone per esplorare le varie angolazioni.

Le dirette video in streaming stanno diventando sempre più pervasive. La funzione ha da poco debuttato su Instagram, oltre che su Facebook. YouTube invece è un passo avanti a Twitter e Facebook: ha portato l’altissima risoluzione nelle dirette video con il supporto alla risoluzione 4k anche negli streaming live di filmati, sia normali che a 360 gradi. Alessandro Sabatelli, ex designer di Apple che da luglio 2016 dirige le operazioni su realtà virtuale e realtà aumentata di Twitter, ha spiegato che sarà possibile “guardare che cosa succede dietro le quinte dei grandi eventi”. Chiunque da Twitter e Periscope può vedere i video live 360 ma solo partner selezionati possono per ora mettere in diretta i video 360 su Periscope. I video dunque non sono “editati” come farebbe un giornale, ma a crearli devono essere gruppi dei media, aziende o personaggi che hanno accordi con Twitter.

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Chi segue un brand sui Social, è già pronto per l’acquisto

Postato il 24 luglio 2017

I social media cominciano a diventare uno strumento di acquisto, soprattutto per gli appassionati di design, di brand del settore lusso e per i fashion addicted. È uno dei messaggi chiave che è emerso dalla ricerca Doxa sulle opportunità di Instagram e Facebook per le aziende della moda e lusso. L’analisi è stata realizzata in tre step su tre campioni appassionati di moda, prima, durante e dopo l’ultima Milano fashion week di settembre 2016. Secondo i dati relativi ai comportamenti nel periodo delle sfilate, è emerso che il 52% del campione ha iniziato a seguire un brand, e, soprattutto, che il 42% ha utilizzato immagini per ispirarsi su acquisti futuri e l’85% è propenso ad acquistare nei prossimi mesi un brand che ha iniziato a seguire.

Sylvain Quernè, head of marketing di Facebook, ha messo a confronto i dati del settembre 2016 con quelli dello stesso mese nel 2015: ne è emerso che il numero delle conversazioni a proposito della Milano fashion week è raddoppiato, l’upload delle foto è aumentato del 5%, mentre i video del 23 per cento. Da ultimo, emerge nuovamente che fashion is mobile, con l’83% dei contenuti creati e caricati da dispositivi mobili.

La ricerca ha consentito di individuare altre caratteristiche e chiavi comportamentali degli appassionati di moda e lusso sui social. Per quanto all’identikit, è emerso che il 61% del campione è di sesso femminile e di età compresa per la maggior parte tra i 25 e i 34 anni (a seguire, c’è la fascia 35-54). In termini di abitudini, il 43% utilizza lo smartphone, che si conferma  lo strumento preferito perché veloce, immediato e sempre presente; il 52% interagisce con i brand del lusso e della moda guardando video e live, dato che conferma l’importanza sempre crescente di questa tipologia di contenuti, insieme alle immagini, con il 32% del campione che ha dichiarato di leggere una notizia sui social perché attirato dalla foto.

Chi segue un brand sui Social quindi, è già predisposto all’acquisto. Un dato decisamente interessante per le aziende di ogni settore che vogliano sfruttare l’enorme visibilità e notorietà offerte dai Social Media.

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Content Marketing: una strategia per il successo

Postato il 23 giugno 2017

Quando parliamo di Content Marketing ci riferiamo a una tipologia di marketing che prevede la creazione e condivisione di media e contenuti editoriali al fine di acquisire clienti e monetizzare un sito web. Le informazioni possono essere veicolate tramite una varietà notevole di tipologie, tra cui news, video, e-books, infografiche, guide, articoli e foto.

Per mettere in atto un’azione efficace è necessario ponderare una strategia precisa che preveda contenuti di valore e l’individuazione del target su cui veicolarli. Poche aziende però ne sono consapevoli e sono preparate sull’argomento. Infatti dati alla mano consultando i 2,73 milioni di blog post pubblicati ogni giorno solo il 38% delle aziende dichiara di avere una strategia di content marketing (dati relevance.com). MailUp ha pubblicato di recente una guida metodologica scritta in collaborazione con Francesco De Nobili (docente all’Università di Bologna e responsabile di comunicazionelavoro.com) dedicata alle aziende e utile per sfruttare i contenuti con l’obiettivo di incrementare le conversioni, attirando e coinvolgendo nuovi prospect.

Nella struttura del piano assume un ruolo importante la scelta degli obiettivi, che devono essere specifici per poter dare una direzione chiara all’attività. Secondo i dati MailUp, il 53% dei marketer B2B cita la lead generation come obiettivo primario delle attività di content marketing. Fondamentale anche definire gli argomenti da proporre attraverso un’attenta fase di ricerca al fine di creare messaggi chiari e univoci e redigere un piano editoriale con il relativo calendario.

Obiettivi diversi, contenuti diversi.

Portare l’utente a compiere un acquisto sul proprio sito è un’operazione graduale. Generalmente si parte con la fidelizzazione dei nuovi utenti, che avviene per mezzo di contenuti scritti sul blog, infografiche e post sui social media. È necessario poi accrescere la fiducia che gli utenti hanno nel nostro lavoro, e per fare ciò servono dei contenuti più articolati, come Landing page, Ebook, White paper, Webinar e Corsi.

Si può passare quindi alla fase della cosiddetta conversione, ossia al momento in cui l’utente fa seguire al clic sul sito un acquisto. Tale meccanismo viene comunemente rappresentato per mezzo del “funnel” (termine inglese che significa “imbuto”), che va dall’engagement alla conversione.

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I Micro momenti: la nuova frontiera del marketing digitale

Postato il 5 giugno 2017

I micromomenti sono quegli istanti nell’arco della giornata in cui si manifesta una necessità, un bisogno o una curiosità che vengono soddisfatti tramite una consultazione online.
La conquista di tali micro momenti è divenuta, secondo Google, il nuovo terreno di sfida dei marketer (digitali e non).

L’imperativo categorico del marketing (non solo del real time marketing) è infatti quello di presidiare tutti i punti di contatto (touchpoints) del processo decisionale dell’utente, in qualunque istante si manifestino. La soddisfazione del bisogno nei micromomenti avviene prevalentemente tramite la consultazione dello smartphone che è il device sempre più presente nella vita dei millennials.

I micro momenti sono diventati così importanti nel marketing perché l’avvento del mobile (ricordiamo che stando alle dichiarazioni di Google, in dieci mercati fra i quali quello degli USA le ricerche da dispositivi mobili, hanno già superato le ricerche da desktop) ha stravolto completamente il modo di ricercare, di informarsi e di soddisfare i bisogni, sia che si tratti di necessità e decisioni di acquisto poco rilevanti, sia che si tratti di scelte importanti.

Il trend è in continua ascesa e, senza avere la bacchetta magica, si può asserire che presto le percentuali di ricerche e di navigazioni “mobile” supereranno di gran lunga quelle da desktop anche nel resto del mondo connesso. Pensare mobile first non significa solo realizzare siti ed e-commerce progettati per dispositivi portatili (responsive o mobile) ma significa rivisitare completamente l’esperienza dell’incontro dell’azienda con un utente che risulta totalmente differente.

L’era del web mobile e l’avvento della generazione C (quella degli utenti sempre connessi) hanno stravolto anche le modalità con cui si effettua la ricerca: se prima le decisioni importanti venivano prese o condivise in momenti specifici della giornata ed in orari prevedibili e lo strumento utilizzato per scegliere, informarsi e comparare era il desktop, oggi sempre più spesso, le ricerche diventano frammentate ed avvengono in orari imprevedibili (durante le attese in una fila, durante un viaggio in metro etc…). Avere un cellulare a portata di mano cambia anche il modo di agire delle persone diventate sempre più multitasking.

Sono stati individuati quattro specifici tipi di micromomenti.

I-Want-to-Know Moments: voglio sapere

Il nostro utente è in fase esplorativa, non vuole acquistare (almeno per ora) ma è in cerca di informazioni o intende soddisfare una curiosità. Si tratta di un’esigenza che può manifestarsi in qualsiasi periodo della giornata e può essere innescata da qualsiasi evento.
Il 66% del campione scelto da Google afferma di informarsi sul cellulare in merito alle novità di cui viene a conoscenza tramite la pubblicità televisiva.

I-Want-to-Go Moments: voglio andare

Il nostro potenziale cliente cerca un negozio o un’attività vicina (qui l’intenzione di acquisto è più evidente). Se si riesce a mostrarsi in tali momenti, le probabilità di essere preso in considerazione aumentano notevolmente.

I-Want-to-Buy Moments: voglio acquistare

Per farsi trovare con la giusta proposta bisogna necessariamente esserci.

I-Want-to-Do Moments: voglio fare

L’audience è in continua ricerca di informazioni operative, sempre più spesso vuole imparare, vuole sapere come fare. Non conosciamo la relazione e il collegamento con l’eventuale acquisto e la fase nel funnel in cui si trova il nostro utente ma è sempre più importante comunque esserci.

 

Ok, abbiamo imparato che sfruttare i micro momenti rappresenta un’opportunità da analizzare e considerare: ora come trasformare la teoria in suggerimenti operativi? Contatta i professionisti Nur, azienda Google Partner,  e potrai pianificare con loro la migliore strategia!

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Auguri LinkedIn! Un bilancio dei risultati per i 14 anni del Social Network

Postato il 23 maggio 2017

LinkedIn supera i 500 milioni di utenti in 200 paesi del mondo, un traguardo importante che proietta la piattaforma di business networking tra i grandi social network del Web. Erano 400 milioni ad ottobre 2015. Un traguardo raggiunto però nell’arco di ben 14 anni, LinkedIn è stato fondato proprio nel maggio del 2003 e tra i fondatori c’era anche Reid Hoffman, oggi executive chairman e membro di Microsoft che ha acquisito la piattaforma a giugno dello scorso anno.

Ma oggi LinkedIn può essere considerato un social media a tutti gli effetti? Si, perché proprio su questo aspetto LinkedIn sta giocando tutta la sua evoluzione: sta infatti trasformandosi da social “business” network, per come lo abbiamo sempre conosciuto, a social media, come il più noto Facebook. Sta cominciando a mettere al centro della sua strategia i contenuti e non più solo il classico CV. Una trasformazione importante per una piattaforma del genere che per sua natura ha conosciuto una evoluzione, in termini di base utenti, molto lenta, non certamente paragonabile ad altre piattaforme.

L’unico dato su cui lavorare riguarda la continuità di presenza degli utenti: su una base di 500 milioni di utenti solo il 25% utilizza il social network in modo frequente. Le ultime novità però, al momento per gli USA e in arrivo in Italia, provano smuovere questo dato: ad esempio l’introduzione dei trending topic, va nella direzione di tenere l’utente più attivo sulla piattaforma, e alzare quindi il livello di interazione. Bisogna aumentare certamente la base utenti, ma quello che più interessa è ridurre il divario tra utenti registrati e utenti attivi, ancora troppo elevato.

Gli italiani attivi su LinkedIn non sono pochi ad oggi, circa 10 milioni, Milano è la quinta città al mondo più attiva, preceduta da Londra al primo posto, Amsterdam, San Francisco e Giacarta. Sono poi 9 milioni le aziende iscritte in tutto il mondo; 100 mila sono gli articoli pubblicati ogni settimana dai membri del social; e 10 milioni le offerte di lavoro attive.

Per quanto concerne le 5 figure lavorative più connesse, sono quelle che appartengono alle aree risorse umane, product management, business development, marketing e consulting.

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Come funziona il Remarketing?

Postato il 8 maggio 2017

Il Remarketing, detto anche Retargeting, è una tipologia di pubblicità online che si basa sull’analisi delle precedenti azioni degli utenti su Internet, quando accade che tali azioni non si traducano subito in vendita o in una conversione. Questa forma di marketing consente ad un’azienda di mantenere il proprio brand visibile agli utenti anche dopo che hanno lasciato il tuo sito web.

Per la maggior parte dei siti, solo il 2% del traffico web converte alla prima visita. il Remarketing è uno strumento progettato per aiutare le aziende a raggiungere il restante 98% degli utenti che non hanno effettuato subito l’azione desiderata (acquisto, contatto, iscrizione alla newsletter etc.).

Il Remarketing è una tecnologia possibile grazie ai cookie, che utilizzano un codice anonimo per “seguire” gli utenti in tutto il web. E’ molto efficace perché concentra gli investimenti pubblicitari di un’azienda su persone che hanno già familiarità con il marchio e che hanno dimostrato di recente un interesse.

E’ possibile attivare campagne di Remarketing sulla Rete Display di Google e su Facebook in modo da mostrare gli annunci sul popolare social network a chi ha in precedenza visitato il proprio sito.

Il Remarketing è un potente strumento di branding e ottimizzazione delle conversioni ma dà migliori risultati se fa parte di una strategia digitale più ampia. Funziona meglio in combinazione con il marketing inbound e outbound o di generazione della domanda. Ad esempio, strategie di marketing che coinvolgono contenuti, SEO, AdWords e Social Media Marketing (come annunci pubblicitari su Facebook, Linkedin, etc.) sono l’ideale per acquisire traffico. Il Remarketing può contribuire ad aumentare le conversioni, ma non può guidare la gente al tuo sito. La migliore possibilità di successo sta perciò nell’utilizzare uno o più strumenti per indirizzare il traffico al tuo sito, e il remarketing per ottenere il massimo da quel traffico.

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Too big to fail? Quali campagne Social hanno davvero successo

Postato il 18 aprile 2017

Intercettare il pubblico di riferimento è uno degli aspetti più difficili nella pianificazione di una strategia aziendale sui Social Media. È necessario determinare degli obiettivi chiari, da raggiungere per mezzo di una strategia ben calibrata e creare contenuti di valore da veicolare nel miglior modo possibile. Dopo aver raggiunto il target desiderato, che è il primo step, è necessario fare un ulteriore passo in avanti, quello decisivo per il successo della campagna: raggiungere le persone in modo efficace e mirato per l’azienda.

Secondo una ricerca Nielsen le campagne più piccole possono raggiungere un ottimo Reach, ovvero un buon numero di utenti unici, senza duplicazioni di audience. Il grafico proposta dalla ricerca, infatti, mostra esattamente questo: a campagne più grandi corrispondono percentuali di raggiungimento del pubblico desiderato via via decrescenti.

Il gross rating point (GRP) è un valore che si ottiene moltiplicando la percentuale delle persone raggiunte (copertura), per il numero di volte in cui sono state raggiunte (cioè la frequenza).

Per una campagna di 100 GRP, focalizzata su persone di età compresa tra 25–54 anni, ci si può aspettare di raggiungere circa il 20% del pubblico previsto. Se la campagna passa a 200 GRP, il raggiungimento del target arriva al 34%. In altre parole, al raddoppio della dimensione della campagna, il reach aumenta del 70%. Tuttavia, con un successivo aumento di 100 GRP (da 200 a 300), il reach aumenta solamente del 29%.

Con un GRP pari a 400, l’incremento scende al 16% e, un GRP di 500 porta una crescita del reach solamente del 2%.

Quale può essere quindi una soluzione? La scelta ideale è dunque quella di optare per campagne anche di piccole dimensioni, ma ben mirate e studiate, piuttosto di investire molte risorse in operazioni di grandi dimensioni ma poco specifiche e controllate, che quasi sempre non portano ai risultati sperati.

 

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